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giovedì 24 maggio 2012

"Etichette ambientali" per conoscere l'impatto della nostra spesa


Dalle aziende alle associazioni, ecco chi racconta l’eco-storia dei prodotti

Per sapere quanto “costano” in termini di emissioni di Co2, consumo e inquinamento di acqua e suolo i prodotti che mettiamo nel carrello quando facciamo la spesa, si stanno facendo largo le “etichette ambientali”, marchi in grado di raccontare ai consumatori la storia del prodotto acquistato.
Se ne parla molto, anche se un’etichettatura ufficiale ancora non c’è, ma qualcosa inizia a muoversi per esempio in Francia, dove è in corso una sperimentazione su etichette alla quale partecipano più di 150 imprese, ciascuna elaborando la propria strategia di comunicazione.
Ma anche in Italia qualcosa si sta muovendo. In prima linea ci sono gli organismi non governativi, ma anche alcune aziende che puntano maggiormente sulle politiche di sostenibilità. In quest’ultimo caso, si parla soprattutto di certificazioni come l’Iso 14001 (incentrata sulla politica ambientale dell’azienda), l’Iso 14040 (certifica l’impatto ambientale di un prodotto lungo l’intero ciclo di vita) e l’Iso 5001 (riferita alla gestione dell’efficienza energetica).
Ci sono poi altri percorsi, come quello della “Etichetta Ambientale” sviluppata da Sprim con i ricercatori dell’Istituto di chimica agraria e ambientale dell’Università cattolica del Sacro Cuore. I l sistema calcola l’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita di un prodotto, dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento dell’imballaggio, prendendo in considerazione 18 indicatori riferiti ad acqua, aria e suolo. Tra quelli valutati ci sono l’emissione di Co2 e di polveri sottili, il consumo di acqua e la sua eutrofizzazione, l’acidificazione del suolo, l’impatto sulla biodiversità. Se l’etichetta ambientale avrà successo, in futuro potremo confrontare al supermercato l’impatto di due lattine di pelati o di due bottiglie di latte.

Un altro sistema è quello internazionale Epd (Environmental Production Declarations), schema per valutare i diversi aspetti di un prodotto nell’arco dell’intero ciclo di vita, ottenuto negli ultimi anni da diversi marchi italiani: Carlsberg Italia per la birra, Barilla e De Cecco per la pasta, Granarolo per il latte, Cerelia, San Benedetto, Ferrarelle, Coop per le acque e ancora Barilla per i prodotti da forno.
Alcune aziende, invece, scelgono di focalizzare l’attenzione su aspetti specifici, come nel caso della cosiddetta carbon footprint (impronta di carbonio) o della water footprint (impronta idrica). In questa direzione lavora ad esempio l’associazione Rainforest Alliance, o la Business Assurance Italia, ente che calcola il water footprint di diversi prodotti italiani.
Per quanto riguarda le indicazioni che permettono di valutare l’impatto ambientale dei prodotti alimentari, il marchio Friend of the Sea, che certifica i prodotti da pesca e acquacoltura sostenibile, pubblica online su suo sito tutte le aziende e i prodotti certificati.

Fonte: 
http://www3.lastampa.it

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