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"Non mi sono accadute che cose inaspettate. Molto avrebbe potuto essere diverso se io fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere; perché tutto è avvenuto in quanto io sono come sono." Carl Gustav Jung

giovedì 18 ottobre 2012

La fragilità dell’uomo moderno


L’homo consumer moderno non sa più cos’è la storia; non sappiamo più cos’è il Cosmos che ci accetta, e finiamo per avere paura della nostra fine, non la accettiamo più...

La parola fragile deriva dal latino frangere, che significa rompere. Spesso la troviamo all’esterno di imballi di oggetti delicati, un avvertimento ad usare con cautela. Fragile è un vetro, un fiore, il carattere o la sensibilità di una persona. Si sente spesso dire “ha un carattere fragile”, “è fragile di salute”; è anche usato come sinonimo di debole, gracile, inconsistente. Da sempre il concetto di fragilità è unito al destino umano del perire, del morire: “Piccola candela, su, spegniti! altro non sei che un’ombra vagabonda, la vita, un povero attore come te che si dimena sopra una scena, un’ora e poi ne cessa la voce, il raccontare di un idiota tra strida e scoppi di furore, privo di senso; un niente”, così si esprimeva William Shakespeare nell’atto quinto del Macbeth.

Quello della fragilità è un tema che mostra molto bene in che modo, nel mondo attuale, stiamo assistendo ad un cambiamento di paradigma. Stiamo entrando, secondo molti sociologi, nella post-modernità. I periodi storici del 17°, 18° e poi nel 19° secolo, fino alla metà del 20° secolo furono epoche che mettevano l’accento sulle idee cartesiane; l’uomo era padrone e possessore della Natura, con una visione fondamentalmente aggressiva nei confronti del sé, dell’altro e della Natura stessa; una visione aggressiva che si inoltrava anche agli dei, al divino. Attualmente gli studi sui giovani, sulle nuove generazioni evidenziano una saturazione verso il mondo moderno; si inizia ad avvertire la necessità di tornare ad un qualcosa di più dolce, tranquillo, soft, slow, e la grande tematica della fragilità si iscrive i queste coordinate. Per dirla in breve, si sente la necessità di avere un altro rapporto con il mondo, diverso, meno intrusivo. Per usare un termine greco si potrebbe dire una metanoia, ovvero una profonda revisione nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose; una nuova concezione del mondo ed un nuovo modo di rapportarsi al mondo. Si parla di downshifter, di persone che vogliono vivere ai margini  della società puntando ad un recupero del proprio tempo, della propria esistenza; talvolta si sente parlare di decrescita felice. 
Il tema della fragilità poggia i suoi fondamenti a partire da questioni antiche. Il salmo 90 dice che siamo fragili perché la nostra caducità, la nostra sofferenza, il nostro invecchiare, conducono irreversibilmente in un unico luogo che è quello della morte. Gli uomini hanno cercato, a più riprese, di dare una risposta alla fragilità, alla provvisorietà; ma le risposte di oggi coinvolgono avvenimenti a noi sconosciuti in precedenza: siamo esposti al terrorismo, alle grandi malattie, alla precarietà del lavoro, ai rapporti sentimentali sempre più frivoli, insomma a tutta una serie di difficoltà spesso soverchianti. Dunque anche la fragilità ha cambiato, con il tempo, modalità di manifestarsi e richiede di essere affrontata con dei nuovi pensieri. Oggi si parla di fragilità sociale quando l’uomo ha perso la capacità di vivere in armonia con la propria natura e con se stesso. La fragilità personale, unita pertanto ad una insicurezza del sistema sociale, lavorativo, formano oggi una miscela deflagrante.
Gli antichi, con la loro cultura, si sentivano parte di un sistema, di un Cosmos,  e accettavano pertanto di avere un ruolo, una storia, una fine. L’homo consumer moderno non sa più cos’è la storia; non sappiamo più cos’è il Cosmos che ci accetta, e finiamo per avere paura della nostra fine, non la accettiamo più. Gli antichi, pur non avendo a disposizione sofisticate tecnologie, si sentivano parte di un gigantesco divenire, cosa che noi non accettiamo più. L’uomo moderno non vuole avere dubbi. Il grande razionalismo, per cui c’è una soluzione ad ogni problema o domanda, ha influenzato i grandi sistemi sociali attuali, compreso quello di idea di Europa. Non è più tollerato l’aggiustamento, la rettifica. Deve essere inquadrato tutto entro rigidi parametri, schemi matematici che non rendono più l’uomo protagonista ma lo rendono invece schiavo del sistema, privo di ogni margine di manovra. La certezza che tutto debba andare bene per forza, pena il crollo del sistema, aliena la fragilità insita nell’essere umano.

L’umiltà è pertanto stata bandita, il dubbio fecondatore non deve far più parte del pensiero moderno. Eraclito ci ricordava che “Dio è il giorno e la notte”, “la fine è il principio”; insomma ci aveva insegnato a vedere la concezione del mondo secondo chiavi multiple. Gli uomini che conducono una vita meno stressata, meno consumistica, hanno un cuore meno morto, meno insensibile, più aperto ad accettare il cambiamento. La fragilità, allora, non è più vista in senso dispregiativo ma diventa un valore. Le cose fragili sono anche le più delicate e, come tali, sono maggiormente da salvaguardare.   
La tecnica ha allontanato in maniera molto pericolosa l’uomo dalla sua fragilità. Heidegger ci ricorda che la tecnica è un farmacon che da un lato fa l’uomo più potente, ma al tempo stesso lo rende ancora più fragile. Pensiamo ad esempio alla potenza di internet; da un lato possiamo comunicare con il mondo intero solo facendo un click, dall’altra parte ci porta ad una sorta di “neo monadismo”. In Giappone ci sono gli Hikikomori. Dei giovani che hanno deciso di auto recludersi, di estromettersi dal mondo reale per vivere esclusivamente nel mondo virtuale, come in atri tempi i monaci si chiudevano nelle loro celle di clausura, o andavano nel deserto. E’ questa una difficoltà a parlare con noi stessi, anzi sembra che più ci sia facilità a parlare con il mondo più si abbia difficoltà a parlare con il nostro IO. Il mondo attuale purtroppo ci incita continuamente ad un cammino di rimozione della nostra fragilità. C.G. Jung ammoniva, con il concetto di Ombra, che l'atto riflessivo su noi stessi, accompagnato dall'ausilio dell'inconscio, ci restituisce anche ciò che di noi non amiamo vedere. L'Ombra è quindi la figura negativa portatrice dei nostri limiti.

Incontrarla, significa accettarla e, accettandola, permetterle di offrire quanto di prezioso racchiude in se stessa: non scordiamo che ogni simbolo è ambivalente e che ogni negativo è ponte verso un positivo e viceversa in un costante gioco dialettico. 
L'Ombra si fa lanterna verso figure sempre più numinose e accade così che, attraverso di lei (figura con cui,  è bene ricordarlo,  si convivrà tutta la vita stante l'infinita imperfezione e l'infinita perfettibilità dell'uomo), si faccia avanti l'archetipo dell'Anima. 
L’uomo moderno ha perso la propria Anima proprio perché non riesce più ad accettare la propria fragilità, i propri limiti.

Fonte: http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/la-fragilita-dell-uomo-moderno.php

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